Lettera ad Andrea Goldstein

Di famiglia ebrea trapiantata a Fiume dalla Transilvania, Andrea (Andrew) Goldstein, nel 1939, a sedici anni, ripara in America per sfuggire alle leggi razziali. Nel 1943 si arruola volontario nella 10a Divisione da Montagna e viene assegnato al servizio medico. Giunto in Italia alla fine del 1944, dal 19 al 22 febbraio 1945 partecipa con coraggio alle operazioni sui Monti della Riva, ricevendo una onorificenza. Muore il 5 marzo a Sassomolare, colpito da una scheggia mentre soccorre dei feriti. Nel corso della ricerca confluita nel libro Gli sarebbe bastato, Epikaedizioni, Castello di Serravalle, 2011, l’autrice Silvia Cuttin ha recuperato questa poesia scritta da Norman W. Worley, commilitone di Andrew e depositata presso la Public Library di Denver, Colorado.


The saga of Andrew Goldstein: Medic B-86th

Era una fredda mattina il 22 febbraio del Quarantacinque,

sull’Appennino, sulla cima del Pizzo di Campiano.

Un poggio di scisto roccioso, di trenta metri per dieci,

in trecento metri quadrati, tedeschi e americani giocavano a nascondino.

Questa parte del Riva Ridge fungeva da scudo naturale

per i soldati dell’85° e 87° sul Monte Belvedere.

Le truppe del B-86° e l’A-Anti tank non devono cedere.

Da qui non potremmo sopravvivere al fuoco nemico che abbiamo osservato.

Novanta tedeschi hanno attaccato alle sette e venticinque.

Il violento assalto si è trasformato in un combattimento di cinque ore.

Erano trentacinque i fanti della 10° montagna in difesa.

La falce della guerra esigerà un tributo pesante prima di notte.

In Marina e nei Marines, i feriti chiamano “Corp-man”.

Nell’esercito, il doloroso grido d’aiuto è “Medic”.

Per altruismo, uno di questi deve essere in avanguardia.

Andrew Goldstein, B-86th, quale usanze ataviche ti hanno spinto a comportarti così?

Medic! Medic!Su!Fuori dal tuo buco: nessuna esitazione.

Nella confusione del fuoco di proiettili di cannone e di granate,

Tutto ciò dava ad Andrew una salda determinazione,

Che ad ogni chiamata si doveva dare risposta-si doveva andare.

Medic! Medic! Attraverso il fuoco, la cordite appesta l’aria.

Turni brevi! Cessate il fuoco! Là, cinque sono a terra: dateci un’occhiata.

Un uomo da meno rinuncerebbe; se ne andrebbe disperato.

Ma Andrew non lascia spegnersi scintille di vita.

Velocemente, da uno all’altro, Andrew fa ciò che deve.

Con abilità applica il sulfamidico e stringe il laccio emostatico.

La cacofonia della guerra risuona nelle sue orecchie.

Terriccio e detriti si levano alti e scuri e il giorno è come notte.

Per alcuni il combattimento è l’ultimo, niente può essere fatto.

Nel mirino, Digitale e Spiewak aspettano muti.

In una trincea, in prima linea, giace Carl Casperson.

A Cappelbuso, Selwin Alexander ha incontrato il suo destino.

I combattimenti sono finiti. Non c’è riposo per il Medic senza paura.

E’ l’ora di controllare le ferite, frettolosamente curate.

Prendere decisioni. Chi rimane-chi deve andare nelle retrovie.

Sarà necessaria la sostituzione per chi non ha più energie.

Alcuni cammineranno fino alla linea costruita dal D-126°.

I portantini avranno bisogno da quattro a dieci ore per trasportare il loro carico.

Ma una volta che sarai sulla teleferica di Fred Nagel, lunga seicento metri,

in cinque minuti sarai giù, sulla strada per l’ospedale.

In guerra non mancano uomini coraggiosi al fronte.

Il nobile impulso è più forte dell’amore di un fratello.

Come quando questi eroi avanzano per sostenere l’attacco.

E senza indietreggiare sacrificano la loro vita per un amico.

Come quando un soldato chiama, e riceve l’assistenza di Andrew.

Un uomo più coraggioso non l’ho mai visto-amico o nemico.

Dodici giorni dopo, a Sassomolare, Andrew diede tutto se stesso.

Qualcuno in cielo gridò “Medic” ed Andrew Goldstein semplicemente dovette andare.

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